Il pick-up: dalla camera alla sala operatoria – fase 2

Siete lì in una camera di ospedale, ignare di ciò che vi aspetta, con altre 3 sconosciute. Vi scambiate sguardi di intesa, sorrisi di sostegno e qualche battuta per allentare la tensione, ma l’imbarazzo si sente comunque nell’aria. Noi sappiamo perché siamo lì e sappiamo per quale motivo lo sono anche loro. Vi assicuro che questo imbarazzo durerà solo qualche minuto, perché senza nemmeno accorgervene finirete per scambiarvi aneddoti sulle vostre esperienze, racconti sul vostro percorso PMA, pettegolezzi sui medici…

Quelle sono le vostre compagne di avventura, totali sconosciute che in quel momento saranno molto più vicine a voi di qualsiasi migliore amica esisente al mondo. E anche i vostri uomini finiranno per fare comunella e, mentre voi sarete “deportate” in sala operatoria, andranno a bersi il caffè insieme e se la racconteranno come vecchi amici al bar. Garantito. schermata-2017-03-02-alle-09-55-17 La camera è grande, spaziosa ed é pulita, sembra quasi nuova e c’é un sacco di luce naturale che entra da fuori pur affacciandosi sulla Hospital Street, ma, essendo il tetto dell’ospedale in vetro, é da lì che entra la luce. Possiamo vedere il cielo schiarirsi pian piano fino al sorgere del sole. Non é un albergo e non non c’é una gran vista (ahimè non tutte le camere danno su Città Alta), ma tutto sommato é accogliente. Certo non é che vi guarderete molto intorno e la camera in quel momento non sarà tra i vostri primi pensieri.

Ad un cetro punto arriverà in camera l’infermiera che vi sgriderà perché voi non vi sarete ancora preparate, ma vi spiego anche il perché. Vi hanno portato in camera verso le 7:00 e  detto di prepararvi per le 8:00. Poi le infermiere si sono smaterializzate senza ulteriori spiegazioni.  Vero che poi le 8:00 sono arrivate, ma non si fa così, qualcuno poteva ripassare e dirci “Ragazze, vi portiamo tutte quante in sala operatoria per le 8:00, siate tutte pronte insieme per quell’ora“. Chi se lo immaginava che saremmo uscite in batteria dalla camera sui letti operatori una dietro l’altra contemporaneamente?

Dopo essere state riprese, ci svestiamo al volo, togliamo tutto tranne la canottiera che ci hanno detto possiamo tenere e ci sdraiamo sul letto. Le infermiere ci coprono e ci portano una dietro l’altra fuori dalla camera. Salutiamo i nostri compagni, che ci aspettano  di fuori, come se ci apprestassimo a fare un intervento a cuore aperto e dopo pochi metri  si spalancano davanti a noi le porte del corridoio della sala operatoria.

Quando si chiudono siamo rimaste solo noi 4 distese sui nostri letti, messi in fila indiana uno dietro l’altro lungo il corridoio. Siamo lì e intralciamo il passaggio a chi lavora, medici o infermieri…  e, come sempre, non ci resta che aspettare e così, per ingannare il tempo, iniziamo a chiacchierare tra di noi.

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Poi da lontano iniziamo a sentire una voce, un uomo dalla marcatissima cadenza bergamasca. Anche se non é ancora arrivato a noi, la sua é una presenza chiassosa, parla, ride e scherza con un tono di 10 volte più alto di quello che ti aspetteresti nel corridoio di una sala operatoria. Finalmente arriva da noi : é l’anestesista con al seguito l’infermiera. Sembrerebbe alto, ma noi siamo sdraiate per cui anche il grande puffo sembrerebbe più alto da quella prospettiva. Si avvicina a ognuna di noi, ci chiama per nome (che legge sulla cartella clinica) e poi all’improvviso ci infila un ago sul dorso della mano. Ecco lì, il farfallino pronto per l’anestesia, ma prima ci inietta una qualche soluzione che di fatto non mi pare ci faccia alcun effetto. Continuiamo ad essere  tutte lucide e nessuna di noi sente alcun genere di sintomo. Purtroppo! Perché nel frattempo l’ansia un pochino inizia a farsi sentire.

Restiamo lì per non so quanto tempo e finalmente arriva il nostro Babbo Natale in camicie operatorio, il dott. Fusi in persona. Si avvicina al lettino di ciascuna di noi, ci saluta e come sempre ci sorride e ci tranquillizza. Già saperlo lì é tranquillizzante, per cui scaccio l’ansia e cerco di rilassarmi.

Vengono a prendere la prima compagna di avventura e la spingono con tutto il letto dentro la sala operatoria. Le auguriamo in coro in bocca al lupo e poi noi restiamo lì. In corridoio non si sente nulla, ma smettiamo di parlare  e restiamo ad aspettare con le orecchie tese. Non so quanto tempo passi prima di rivederla uscire dalla sala operatoria. Forse 10 minuti, forse 15 o anche 20. Non so, quel corridoio pare essere fuori dal tempo. Non ci sono orologi e le luci che siamo costrette a guardare dal lettino danno fastidio agli occhi così decido di socchiudere le palpebre, ma di tanto in tanto sbircio e lancio un’occhiata alla collega di pick-up per vedere se é sveglia, se ci racconta qualcosa di cosa é successo dentro la sala operatoria. Ma niente, lei dorme. Sí, perché appena uscite dall’intervento mica vi riportano subito in camera. Loro (medici e infermieri) lo sanno che avete bisogno di riposare e allora vi lasciano lì in corridoio dove potete dormire senza il timore che qualcuno venga a disturbarvi, perché noi  altre siamo sí sveglie ma non possiamo certo scendere dal letto e  venire a pizzicarvi o strattonarvi.

Tra un intervento e l’altro il dott. Fusi esce dalla sala operatoria. Passa tra i nostri lettini, ci sorride con fare rassicurante ed esce dalla porta che divide il nostro corridoio dal resto dell’ospedale. Non so dove vada, non so cosa faccia. Immagino vada a compilare le scartoffie e nel frattempo immagino che sterilizzino la sala operatoria e la preparino per il successivo intervento. La scena si ripete anche per la seconda collega di pick-up e anche per la terza. Ma alla fine arriva anche il mio turno, la prossima a varcare la soglia della sala operatoria sono io.

 

 

 

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